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Insonnia. I rischi degli infermieri turnisti

 
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monellik
STUDENTE II ANNO
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MessaggioInviato: Sab Ott 26, 2013 10:00 pm    Oggetto: Insonnia. I rischi degli infermieri turnisti Rispondi citando

PERCHE' L'INFERMIERE TURNISTA E' A RISCHIO. CONSEGUENZA SULLA SALUTE E SULLA SICUREZZA.

Il disturbo del sonno del turnista consiste essenzialmente nella desincronizzazione permanente tra i ritmi circadiani, le fasi di attività, di riposo e abitudini sociali. Per ogni individuo ad una certa ora della sera, scatta il bisogno di dormire. I sintomi sono ben conosciuti: sbadigli, testa pesante e offuscamento in genere. Questi ultimi annunciano il “tempo ottimale” in cui sta per cominciare il primo ciclo di sonnolenza.

L’organismo si prepara al sonno diminuendo la temperatura corporea grazie al ritmo sonno-veglia, raggiungendo valori più bassi nella seconda parte della notte. I turnisti sono quindi, un esempio perfetto di situazioni in cui si assiste ad una desincronizzazione di tale ritmo, diversi studi hanno infatti dimostrato che i principali disturbi di questi lavoratori sono la sonnolenza e i disturbi del sonno.

Per attività come quella infermieristica, l’interferenza con il sonno si verifica sia in termini quantitativi che qualitativi: quantitativi perché c’è una riduzione del numero di ore di sonno, sia nel turno mattutino(conseguente ad un risveglio precoce) sia nel turno notturno per l’inversione del normale ciclo sonno-veglia. Qualitative perché esistono delle fasce orarie “proibite al sonno” e rendono difficile l’addormentarsi durante le ore diurne. Logica conseguenza è il fatto che un turnista notturno non potrà avere una qualità ottimale di sonno come un lavoratore non turnista.

Nel caso del lavoro notturno, si crea un conflitto tra il “pacemaker” interno e il “sincronizzatore” esterno (luce/buio), che causa uno spostamento di fase dei ritmi biologici circadiani, la cui velocità e adeguatezza dipendono da numerosi fattori, tra cui in particolare:
la direzione (in senso orario o antiorario) del passaggio dai turni diurni al turno notturno e viceversa; il numero di notti di lavoro consecutive; le diverse funzioni fisiologiche; le caratteristiche individuali (età, mattutinità/serotinità).

Tale difficile “aggiustamento” viene evidenziato da disturbi simili alla “sindrome del jet-lag”, ossia da senso generale di stanchezza, insonnia, dispepsia, disturbi dell’alvo e dell’umore, sonnolenza e diminuzione della performance. La difficoltà a prendere sonno e a dormire a lungo e bene durante il giorno, dopo il turno notturno, è dovuta sia al condizionamento cronobiologico (in quanto la fase di addormentamento cade in corrispondenza della fase di incremento dei ritmi circadiani), sia ad interferenze di carattere ambientale (rumore e illuminazione).

Quindi il sonno diurno risulta molto meno ristoratore essendo, oltre che ridotto in durata, modificato qualitativamente con disorganizzazione nella sequenza delle fasi e carenza di fase 2 e REM. I turnisti denunciano problemi di sonno anche nel corso dei turni di mattina, soprattutto se iniziano molto presto, in quanto il risveglio anticipato di solito non è preceduto da un corrispondente anticipo nell’ora di coricamento: il sonno viene quindi decurtato nella sua parte finale, più ricca di fase REM.


LA LEGISLAZIONE

Il lavoro a turni e quello notturno sono tipologie di lavoro che comportano indubbiamente un maggior affaticamento psicofisico , sacrifici alla vita familiare, affettiva e di relazione del lavoratore. La disciplina di questa tipologia di lavoro è contenuta nel D.lgs. 8 aprile 2003, n. 66 (attuazione delle Direttive 93/104/CE e 2000/34/CE), il quale stabilisce i criteri per individuare quando e in favore di chi debba essere applicata.

Non tutti i lavoratori che prestano la propria attività lavorativa nelle ore notturne, infatti, devono essere considerati “lavoratori notturni”. Inoltre tale decreto stabilisce che viene considerato lavoro notturno “la prestazione effettuata per un periodo di almeno sette ore consecutive che comprende l’intervallo di tempo tra la mezzanotte e le cinque del mattino”.

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La disciplina di questo lavoro deve essere predisposta dalla contrattazione collettiva, nel rispetto di quanto previsto dal D.lgs.66/03, soprattutto per quanto riguarda la durata massima della prestazione lavorativa. L’orario di lavoro notturno, infatti, non può superare le 8 ore in media nelle 24 ore; salva l’individuazione da parte dei contratti collettivi di un periodo di riferimento più ampio sul quale calcolare in media il suddetto limite (art.13 co.1).


SONNO, TURNO NOTTURNO E RICADUTE: ANALISI DELLA LETTERATURA

Il lavoro a turni a rotazione, che comprende anche il turno notturno, è comune nella pratica infermieristica. Ciò porta inevitabilmente ad una scarsa qualità e inadeguata durata del sonno del professionista, che va ad incidere negativamente sui meccanismi omeostatici del corpo e porta ad una maggiore stanchezza, che si proietta inevitabilmente sulla qualità dell’assistenza. Recenti studi in letteratura hanno evidenziato che gli orari di lavoro irregolari pongono gli infermieri a rischio di disturbi del sonno, il che è associato ad effetti pericolosi per la salute dei lavoratori e la sicurezza del paziente.

Tuttavia strategie basate sul mantenimento di normali cicli di sonno e del ritmo circadiano possono evitare effetti negativi legati a tale problema. Carriera, esigenze familiari e sociali spesso sottraggono sonno, alterando il normale ciclo sonno-veglia e riducendo le fasi di sonno ad un numero di ore inferiore a sette, ovvero quelle necessarie a mantenere un’adeguata vigilanza e una buona salute (Dinges, 2007). La carenza di sonno si accumula, interessa le nostre performance neurocomportamentali, la funzione endocrina, il benessere fisico e la salute emotiva e mentale. Gli studi presenti in letteratura hanno dimostrato che il pensiero critico e le prestazioni declinano con 6 o meno ore di sonno (Dingers, 2007).

Lunghi periodi di veglia senza sufficiente riposo influiscono anche sulle prestazioni neurocomportamentali. Evidenze dicono come la perdita di sonno influisca sulla funzione endocrina. Infatti l'insufficiente fase 4 del sonno (sonno profondo) diminuisce i livelli dell'ormone della crescita e produce l’alterazione delle cellule natural killer, così come altre cellule immuno-protettive dell’organismo, oltre ad un aumento dei livelli di cortisolo, reazione che può indicare elevati livelli di stress (Wright et al., 2007). Recenti studi hanno inoltre dimostrato che la tolleranza al glucosio è compromessa con la perdita di sonno (Punjabi and Beamer, 2005).

Quando il sonno non è sufficiente, il rilascio di alcuni ormoni che influiscono sulla fame è alterato, il cervello riceve il segnale che abbiamo bisogno di mangiare e necessitiamo di energia ma in realtà l’organismo ha bisogno di dormire e riposare. Un periodo di sonno ridotto è anche associato ad un aumento dell'indice di massa corporea (Taheri et al., 2004). Infine, ma non meno importanti, sono documentati anche disturbi come sbalzi d'umore e labilità emotiva.

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Quindi la privazione di sonno e la fatica riducono la vigilanza e compromettono potenzialmente la sicurezza del personale infermieristico e del paziente. In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente, i rischi di errori e gli errori risultano maggiori quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari (Rogers et al., 2004). Gli straordinari oltre le 12 ore hanno incrementato 3 volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore.

Senza la corretta gestione della stanchezza e la messa in atto di interventi appropriati, la sicurezza del paziente e degli operatori continuerà ad essere a rischio. I dirigenti dovrebbero tenere in grande considerazione l'impatto che l'invecchiamento ha nell'attività infermieristica: con l’aumentare dell’età biologica sopra i 45 anni, l’individuo tollera con maggior difficoltà la turnistica, poiché il corpo non è in grado di riadattare il proprio orologio biologico al cambiamento continuo dei modelli di sonno imposti dal lavoro notturno.

Una ampia ricerca epidemiologica ha permesso di raccogliere informazioni sulle abitudini, stile di vita e stato di salute delle infermiere americane tramite questionari biennali, rendendo possibili varie indagini sui fattori di rischio riguardanti le malattie cardiovascolari e il cancro. Tale studio evidenzia che le donne che lavorano in turni notturni a rotazione con un minimo di 3 notti al mese in aggiunta al turno di mattina e pomeriggio, pare abbiano un moderato incremento del rischio di cancro al seno dopo periodi estesi di turni a rotazione notturni. (Schehammer E.S., Laden F., Speizer F. E., Willet W. C., Hunter D. J., Kawachi I., Colditz G. A.).In uno studio prospettico condotto da Kawachi et al., si afferma invece, che il lavoro notturno aumenta il rischio di malattie coronariche.

voi come siete messi? pensare

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MessaggioInviato: Sab Ott 26, 2013 10:13 pm    Oggetto: Rispondi citando

Io sono messo male Purtroppo...
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MessaggioInviato: Sab Ott 26, 2013 10:14 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sposto nella sezione news.
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MessaggioInviato: Sab Ott 26, 2013 10:17 pm    Oggetto: Rispondi citando

ok, Sorry!:)

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